Pronto il primo capitolo del romanzo I TUOI OCCHI SONO QUI. Nei giorni scorsI abbiamo pubblicato il prologo della storia di Michol e Dave, due anime solo apparentemente distanti.
In questo primo “episodio” scopriremo qualcosa di più sul mondo di Michol e sul perché si sia isolata dalla vita. Ma ci sarà anche il primo incontro con Dave. Se non avete letto il precedente post, qui potete trovare il PROLOGO. Di seguito l’episodio 1.
Il romance sarà pubblicato in ebook su Amazon nei primi giorni di dicembre. Nel frattempo proseguiremo con le pubblicazioni in anteprima. Per ora buona lettura a tutti.
EPISODIO 1
“Rehab” – Amy Winehouse
GIÒ
1 – Il drago
Il vento freddo dell’autunno, la pelle scoperta e l’umidità della notte. Sentiva tutto, quasi ovunque sul suo corpo.
Ma non dove avrebbe voluto.
Fece andare le gambe più veloci. Il battito del cuore glielo permetteva ancora, nonostante i trentadue minuti già fatti senza fermarsi nell’anello del parco del Castello di Milano.
L’aria si faceva più tagliente man mano che aumentava la velocità. Per sentirla, assaporarla, goderla, aveva anche sollevato le maniche della maglietta fino alle spalle. Aveva creato un risvolto sulla pancia, mostrando così addominali formati.
Ma niente poteva compensare quello che invece non sentiva. Sulle guance, sulla fronte, sul naso, sulle orecchie. Solo gli occhi percepivano quella sensazione, quel piacere che ormai da anni aveva dimenticato.
Quando un brivido sul corpo cresce per un ricordo, è ben diverso dal brivido nato da ciò che sta accadendo in quel momento. Da tempo non sentiva più l’aria fresca sul proprio viso.
Inutile correre ancora più veloce.
Giò si fermò, stando ben attenta a non guardare il sentiero, tenendo lo sguardo a terra e rivolta verso un albero. La visiera del cappellino le copriva per metà il viso e la bandana che avrebbe dovuto nascondere il resto del volto era abbassata, prima per cercare inutilmente di sentire l’aria, ora per respirare meglio per qualche secondo.
Sarebbe potuto passare qualcuno, nonostante l’ora tarda, e lei voleva evitare sguardi compassionevoli, o addirittura spaventati.
La pietà le faceva schifo. Il ribrezzo la faceva incazzare.
Tolse dall’orecchio sano l’auricolare che la collegava allo smartphone stretto nella fascia sul braccio.
Si asciugò il sudore con una mano. Il tatto percepiva le righe sulle guance. Ma la pelle del suo viso era ormai insensibile. Non aveva mai sudato molto, anche prima dell’incidente. Ora però la produzione di sudore sulla faccia si era ridotta al minimo, e solo in alcuni piccolissimi punti. Quelli che ancora avevano una minima sensibilità.
A distogliere la mente dai suoi pensieri furono dei passi che si avvicinavano. La frequenza di quel rumore le fece capire che era qualcuno che stava correndo, come lei, in modo regolare. Strano, chi altri poteva mettersi a correre a quell’ora della notte? Aveva scelto quell’orario proprio per non incontrare nessuno, per nascondersi nel buio, nelle ombre che rendono tutti uguali e meno curiosi. Ma questa volta aveva commesso l’errore di fermarsi. Cosa diavolo le era venuto in mente?
Giò si abbassò il cappello da baseball sulla fronte. Tenne lo sguardo basso e una mano appoggiata sull’albero.
Era una corsa pesante, trascinata, da dilettante. Si stava avvicinando.
Allungò una gamba e tese i muscoli, pensando che così avrebbe indotto il passante a credere che stesse facendo esercizi di riscaldamento. Ma evidentemente questo corridore della domenica non capì.
«Tutto bene signora?»
Almeno aveva notato i capelli lunghi. Ma la parlata, con le tante interruzioni per prendere un respiro corto, tradiva il motivo vero per cui si fosse fermato: prendere fiato.
Giò tenne lo sguardo basso, cercando di girarsi ancor più dalla parte opposta dell’uomo: «Sì, grazie, mi sto riposando un attimo.»
«Anche io, è raro incontrare qualcuno a quest’ora della notte. Ma il lavoro mi permette solo questo, sto seduto tutto il giorno…»
Aveva già smesso di ascoltarlo. Un’altra persona che sente il bisogno di vomitare la sua vita addosso a qualcun altro. Perché? A lei non interessava nulla della bella esistenza degli altri. Inoltre, sapeva che la stava fissando, non aveva abbassato la maglietta e il seno era ben fasciato in evidenza.
Giò doveva andarsene. Aveva ripreso abbastanza fiato.
Fece per rimettersi a correre, ma si dimenticò dell’auricolare penzolante. Il filo si incastrò in un ramo dell’albero e come riprese a correre tirò la fascia da fitness che teneva lo smartphone. Questa si aprì e il telefono cadde a terra.
Ed è in questi momenti che nell’uomo, quando vede un bel fisico, si spegne il cervello e lui si trasforma in un buon samaritano, un cavaliere senza macchia su un cavallo bianco, pronto a salvare la dama in pericolo.
Giò, invece, voleva evitare di vedere ancora una volta quello sguardo che si formava nelle persone che le guardavano il viso.
Appena si accorse che le era caduto il telefono, tentò di raccoglierlo velocemente, ma l’uomo fu più tempestivo di lei.
Le loro spalle si scontrarono. Lui arrivò per primo allo smartphone e glielo porse mostrando un sorriso da perfetto eroe che aveva appena sconfitto il drago, che aveva realizzato un’impresa titanica. Magari era anche sposato, ma è nella natura dell’uomo provarci con quasi qualsiasi donna, anche nei momenti più assurdi, come quando si è inzuppati di sudore.
Quasi.
Già, perché quando gli sguardi di Giò e dello sconosciuto corridore si incrociarono, il sorriso del cavaliere si spense.
Aveva visto il drago. Non una principessa.
Lei afferrò il telefono. E fece in tempo a vedere gli occhi di lui che si abbassavano a terra, con il sorriso che si annullava.
La parlantina era morta.
Era bastato un secondo per azzerare qualsiasi fantasia sessuale si fosse accesa.
L’uomo si rialzò, e cercò di guardare ovunque, ma non il volto di Giò. Cercò una scusa balbettando: «È stato un piacere… devo riprendere… si raffreddano le gambe…»
Lei ci era abituata. Non ci fece caso. Da principessa da salvare a drago da sconfiggere. Ma siccome non esistono più i cavalieri e le favole sono solo delle invenzioni, l’eroe di turno scappò dal drago.
Non restava che la notte per lei. Il parco deserto. Il cappellino abbassato sul volto. Il suo Tommy che l’aspettava a casa, sveglio, con una discussione difficile da affrontare.
Giò si sistemò lo smartphone al braccio. Si attaccò l’auricolare all’orecchio e riprese a correre. Sentendo l’aria fresca sulle braccia, sulla pancia, sulle gambe.
Ma non sul suo viso.
2 – A casa
Doveva mettere la chiave nella toppa, ma la porta era già aperta.
Aveva sempre detto a Tommy di chiudere tutto: Giò non usciva quasi mai di casa, ma almeno per quelle due ore di corsa che faceva a tarda sera, voleva stare tranquilla. Aveva solo 14 anni suo figlio, ma era come parlare con un adulto. E spesso aveva ragione lui.
Entrò in casa, preoccupata di non trovarlo dopo quella discussione che avevano avuto prima di uscire.
Si guardò in giro, senza paura di incontrarsi in qualche specchio. Li aveva tolti tutti in quel quadrilocale in piazza sant’Ambrogio. Una zona tranquilla, non troppo in centro ma dove la gente si fa i fatti propri. E dove i clienti potevano lasciare al portinaio i lavori che doveva sistemare.
Ma dove era finito Tommy?
Le finestre erano aperte. Guardò subito in tutte le stanze. Di suo figlio non c’era traccia.
Il cuore cominciò a batterle sempre più veloce.
Lo chiamò ad alta voce.
Nessuna risposta.
Entrò nella sua camera. Tutto in disordine, vestiti per terra, come al solito. Ma di lui nessuna traccia.
Lo chiamò ancora.
Niente.
Nel salotto la televisione era accesa su un “fermo immagine”. Una serie sugli zombie, con un bel morto vivente in primo piano che la fissava.
Potrei specchiarmi e non vedere le differenze, pensò Giò ironica.
E forse era proprio per questo che Tommy amava tanto quel programma. Lei non lo capiva, ma lui perdeva le ore a vedere e rivedere quelle puntate. Come tante altre serie tv. Doveva lasciarlo fare. In fondo uno zombie, almeno nell’aspetto, lo aveva in casa.
Sul tavolo della cucina era apparecchiato per lei. Con una pentola ancora calda vicino al piatto. Si occupava sempre di lei, anche troppo per la sua età.
Vicino alle posate trovò lo smartphone del figlio. Non avrebbe nemmeno potuto chiamarlo.
Il cellulare non era bloccato da alcuna password. Era un accordo tra loro due: in caso di bisogno lei avrebbe potuto vedere gli ultimi suoi movimenti.
Erano soli. Ormai da anni. E dovevano trovare il modo per supportarsi a vicenda. Soprattutto se lei era quella che non usciva mai di casa. E non lo avrebbe più fatto se questo fosse stato ancora il risultato: tornare e non trovare più Tommy.
Sbloccò lo smartphone, per vedere le ultime chiamate. Le sembrava persino strano che lo avesse lasciato a casa. Cosa poteva essere successo?
Il telefono aprì subito la schermata dei messaggi. Evidentemente era l’ultima cosa che aveva fatto.
ROAN: Sì, ti ho fissato l’appuntamento per domani sera, dopo cena.
TOMMASO: Tuo padre era d’accordo?
ROAN: Non mi ha chiesto perché. A volte tiene aperto lo studio per chi ha problemi di orario.
TOMMASO: Grazie Roan, sei una vera amica.
ROAN: Magari ci vediamo lì.
TOMMASO: Io ci sarò, mia madre non va da nessuna parte senza di me. Devo solo convincerla a uscire di casa.
ROAN: Ma non glielo hai ancora detto? Sei impazzito? E se non vuole?
TOMMASO: Se non vuole dovrà vedersela con me!
ROAN: Ahahahha!
TOMMASO: Non glielo hai detto a tuo padre, vero?
ROAN: No tranquillo, gli ho solo fissato un appuntamento dicendogli che era importante.
TOMMASO: Bene! Grazie!
ROAN: Tommy?
TOMMASO: Dimmi Roan.
ROAN: Ci sarò anche io a difenderti!
I messaggi terminavano. Forse era andato da questa ragazza. Eppure Giò non aveva tardato più del solito. Lo aveva lasciato a casa da solo, è vero, ma era stato lui a chiederlo e aveva detto che se la sarebbe cavata. Non voleva più la baby sitter, diceva. Non si sentiva più un bambino. E aveva ragione. Era l’uomo di casa e di certo suo padre, che era sparito nel nulla, non era stato per lui un esempio. Anzi, era qualcosa da dimenticare.
Decise di provare a chiamare questa Roan, tanto il numero era nello smartphone.
«Non farlo, non ce n’è bisogno.»
Giò alzò la testa e vide Tommy appoggiato allo stipite della porta, con le braccia incrociate. Ormai alto quasi quanto lei, sembrava sempre un piccolo gigante col volto di un bambino. E lei si sentiva il mostro che lo aveva rapito, costretto a passare una vita accanto a una creatura mitologica che nessuno credeva che esistesse. Corpo da essere umano, testa da animale.
«Mi hai fatto spaventare. Dove eri finito?» chiese Giò, cercando di mantenere una voce autoritaria. Ma il sollievo di vederlo aveva dominato, costringendola a un sorriso. Un’espressione che solo lui poteva cogliere, nessun altro avrebbe notato in quella maniera lo schiudersi delle piccole e sottili labbra.
«Tu domani sera vieni con me a quell’appuntamento,» disse lui.
«Non vengo da nessun dottore.»
«Hai gli occhi che hanno bisogno di un controllo.»
«Non è vero.»
Giò distolse lo sguardo. Le capitava sempre quando mentiva. Non riusciva a sostenere uno scambio basato sulla menzogna, soprattutto con suo figlio.
Tommy si staccò dallo stipite della porta, non disse nulla per controbattere. Si avvicinò e le prese lo smartphone dalle mani. Lo avvicinò al volto di lei.
«Leggi,» disse lui soltanto.
Non ci vedeva, le lettere si fondevano insieme. Prima per poter leggere lo scambio di messaggi, aveva dovuto allontanarlo allungando tutto il braccio.
«Non mi piace quando lo fai anche con me,» aggiunse lui. Il piccolo gigante non voleva che sua madre, il suo carceriere, si allontanasse per vederlo.
«Tu domani vieni con me da quel dottore e ti fai fare il controllo agli occhi.»
«Sai che non esco mai di giorno.»
«Hai letto?» le disse mostrando il cellulare: «L’incontro è di sera. Sera tardi. Non hai scuse. Sei uscita stasera, puoi uscire anche domani.»
La mente di Giò andò al volto, all’espressione di quello sconosciuto che l’aveva vista al parco e se ne era andato subito dopo. Come tutti quelli che si imbattevano in lei la prima volta.
«Gli hai detto di me?» chiese Giò, ma sapendo già la risposta.
«Sì, ho rivelato il tuo segreto.»
Giò abbassò lo sguardo. Temeva sempre quel momento.
Dopo una piccola pausa Tommy proseguì cercando di trattenere un sorriso: «Ho rivelato a tutti la verità: l’appuntamento è stato fissato col tuo vero nome, Michol Sereni.»
Giò alzò lo sguardo nuovamente. Suo figlio stava sorridendo. E anche lei: «Scemo!»
Non le era mai piaciuto quel nome dato da genitori troppo religiosi. Lui lo sapeva, ma aveva ragione. Sui documenti c’era quello, non il soprannome ricevuto da ragazzina per l’atteggiamento da maschiaccio, troppo simile alla Giò del romanzo “Piccole donne”: istintiva, sincera, esuberante, senza peli sulla lingua, incline alla ribellione e allergica alle regole.
Ma dove era finita quella Giò? Si chiedeva spesso lei. Forse se ne era andata con il volto che non c’era più.
«Va bene Michol?» La provocò ancora Tommy.
«Tu.. Tu… piccola peste…» lo iniziò a rincorrere per casa. In fondo, qualcosa della ribellione di quella piccola donna che era un tempo, era sopravvissuto: se il suo Tommy era così, da qualcuno doveva aver preso. E di certo non era dal padre codardo.
Dopo una breve rincorsa, lo afferrò in bagno. E lo abbracciò. Tommy la strinse forte, ma non disse nulla. Lei ricambiò: crescendo così tanto aveva forse pensato che lui avesse più bisogno dei suoi spazi, ma era sempre il suo bambino, le chiedeva attenzione. E lei doveva dargliela. Lui si sentiva anche l’uomo di casa, quello che doveva prendersi cura di lei. Doveva lasciarlo fare: a lei non fregava nulla dei propri occhi, doveva farlo per lui e basta.
Aveva solo un timore: non voleva che Tommy vedesse cosa accadeva quando andava in giro. Non voleva rimanesse deluso dal mondo. Non voleva che lui notasse le reazioni come quelle dell’uomo di quella sera. Le reazioni che anche lei avrebbe avuto se si fosse trovata di fronte a quel volto deforme che ora vedeva riflesso nel bagno, nell’unico specchio di casa.
3 – La sala d’attesa
Non c’era nessuno nella sala d’aspetto. Come promesso da Roan a Tommy. Ma allora perché stavano aspettando? Giò aveva voglia di andarsene. Rimaneva solo per non deludere suo figlio che si è era notevolmente impegnato per organizzare quell’appuntamento.
E aveva anche capito il perché.
Roan.
Una ragazza dai capelli rossi, con le lentiggini e gli occhi verdi. Bellissima con quel seno appena cresciuto e la pancia quasi piatta. Una giovane donna che non era ancora consapevole della propria sensualità.
Tommy era solo un ragazzone che non aveva ancora preso coscienza della propria mole. Un piccolo uomo che non si vergognava della propria madre. Nonostante la sua condizione.
Giò si aggiustò il cappellino sulla fronte, ben attenta a coprire il più possibile il proprio volto. Come di consuetudine aveva messo anche la bandana scura, per coprire la parte bassa del volto e l’orecchio deformato.
Rimanevano scoperte le cicatrici sulle guance, mentre quelle sul collo era riuscita a nasconderle grazie al colletto della camicia sollevato. Le erano rimaste intatte e sensibili solo le labbra. Sul resto del corpo non vi erano segni, solo una bruciatura su una spalla. Come sempre doveva stare attenta a non mettersi troppo vicina alle sorgenti di luce. Per questo la sala d’aspetto di quello studio le era piaciuta fin da subito: una lampada a stelo in un angolo illuminava tutto, lei l’aveva abbassata al minimo ed era andata a sedersi nell’angolo opposto.
Tommy l’aveva lasciata fare mentre parlava con Roan. Poi era tornato da lei.
«Suo padre arriva tra pochi minuti,» le aveva detto.
«È molto carina,» aveva risposto lei allusiva. Ma Tommy aveva abbassato lo sguardo. Suo figlio non era rimasto insensibile a quella ragazza.
«Mamma…»
«Piacere signora, sono Roan.»
Una mano tesa. Giò che avrebbe dovuto alzare lo sguardo per non essere scortese. Ma perché mostrarsi e rovinare tutte le aspettative di Tommy verso questa giovane donna?
Decise di fare finta di nulla. Di attendere. Si sarebbe stancata e le avrebbe dato della signora scortese: meglio che spaventarla.
Ma la ragazza era tenace. Attese di fronte a lei, stretta in un paio di jeans e in una maglietta rossa dalle maniche lunghe che faceva risaltare ancora di più la sua pelle bianca come una nuvola.
Giò sentì la mano di Tommy appoggiarsi su una sua gamba. Le stava dando coraggio. Ma non era quello che le mancava: non voleva deludere suo figlio e voleva solo sostenerlo nell’avventura con quella ragazza.
Se avesse potuto, Giò sarebbe scappata in quel momento, oppure si sarebbe sciolta sul pavimento, sarebbe tornata nel suo studio tra pennelli e tele da sistemare. Almeno quelle potevano essere aggiustate, riparate, riportate all’antico splendore. Lei era ormai un’anima persa, un quadro la cui tela era ormai sfilacciata, senza alcuna possibilità di essere recuperato.
«Quando arriva tuo padre?» disse semplicemente. Non poteva tenderle una mano senza guardarla negli occhi. Cercò quindi di distrarla parlando.
Ma fu in quel momento che si aprì la porta dello studio.
«Michol? Venga.»
Nessun volto, nessuna cerimonia. Come se una visita a quell’ora tarda della sera fosse nella norma.
«Eccolo!» gli rispose Roan, sicuramente con un sorriso sul volto.
Evidentemente Tommy le aveva detto di avere un genitore strano. O forse le aveva raccontato tutto. In fondo l’avrebbe fatto anche lei con un amico. Ma ormai aveva poca importanza.
Giò si sentiva come a un primo appuntamento. Doveva mostrarsi a un’altra persona che non fossero i suoi medici, o Tommy, o il suo ex marito. Era preparata alle reazioni di ribrezzo, ma erano sempre un colpo al cuore che cercava di evitare.
Lei, che della sua bellezza aveva fatto un monumento prima del disastro. Lei, che aveva costruito tutto il suo rapporto con le altre persone grazie al suo aspetto: dall’ottenere i posti migliori in un ristorante con un semplice sorriso, alla seduzione degli uomini. Come aveva fatto con il padre di Tommy, ormai fuggito una volta che lei aveva perso il suo potere. Lei, che adesso non aveva nulla, si trovava senza armi. Era tornata la Giò adolescente che poteva usare solo il proprio carattere. Ma ormai non sapeva più come fare. Erano cambiate troppe situazioni di contorno.
«Michol?»
Chiamò ancora il medico. Con una punta di nervosismo nella voce.
Giò si alzò e incrociò lo sguardo di Roan: era proprio bella: naturale, spontanea, pulita.
La ragazza incrociò il suo sguardo, ma evidentemente non la vide perché non ebbe alcuna reazione. Stava solo pensando di sedersi di fianco a Tommy.
Giò non era pronta ad affrontare un nuovo incontro. Voleva andare via, ma non poteva. Non ora. Lo avrebbe fatto dopo.
Adesso doveva sopportare e fare questo cazzo di controllo.
4 – Nello studio
La porta si chiuse e il dottore rientrò da uno stanzino con in mano un foglio. Lo stava leggendo mentre si sedette di fronte a lei.
La scrivania era colma di quaderni, appunti, un calendario e un telefono. Il computer era posizionato di lato, come se fosse un oggetto solo di servizio: nessun soprammobile, nessuna fotografia, nessun poster, addobbavano quell’asettico studio.
«Cosa si sente?» le chiese lui.
«Io? nulla.»
«Scusi, perché è qui allora?»
«Mio figlio.»
«È lui che ha bisogno della visita?»
«No. Vuole che faccia un controllo.»
«Ha qualche disturbo?»
Scusa, ma sei stupido. Mi vedi? Pensò Giò, ma non rispose come avrebbe voluto. Disse semplicemente la verità: «Devo fare un controllo alla vista ogni anno, ma è da un po’ di tempo che…»
Lui non la lasciò finire, riprendendo a guardare una scheda: «Si tolga il cappello e la bandana.»
Giò rimase immobile.
Non si era mai fatta vedere da quasi nessuno dopo l’incidente. Non così. Non dopo due secondi che aveva conosciuto una persona che nemmeno si era presentata.
Avrebbe voluto con sé una delle sue maschere.
Solo da Tommy si faceva vedere per quello che era realmente. Persino dai dottori si presentava con qualcosa che le coprisse parzialmente il volto.
«Vuole fare questo controllo o no?» insistette lui.
Era molto secco, sembrava non avere alcuna sensibilità. Oppure non gliene fregava nulla dei suoi clienti, chiunque essi fossero. Una situazione che, da un certo punto di vista, a Giò non dispiaceva. Sembrava la trattasse come chiunque altro.
«Ascolti signora, non ho poteri magici, non sono un ciarlatano e non posso dirle che ha qualcosa che non va solo facendole guardare la tabella o fissando i suoi occhi verde chiaro, per quanto possano essere belli o brutti.»
Era proprio stronzo. Ma aveva notato il colore dei suoi occhi.
Giò si alzò e fece per andare verso la porta. Non aveva bisogno di nessun controllo.
Prima che arrivasse all’uscita il dottore riprese a parlare con un tono decisamente più conciliante: «Mia figlia mi ha chiesto di farle un piacere tenendo aperto lo studio per lei, a quanto pare tiene molto a lei e a suo figlio. Io tengo a mia figlia più di ogni altra cosa al mondo. Quindi, la prego, evitiamo di fare tragedie e facciamo in modo che si possa, almeno questa sera, essere tutti contenti. Si sieda.»
Lei si fermò: «Mi chiami Giò, lo facevano tutti.»
«Va bene,» rispose lui, «Giò, ora torni qui e si sieda.»
Giò si rimise a sedere e lui la guardò senza aggiungere altro. Si fissarono negli occhi. Lei resse lo sguardo e fu in quel momento che notò i suoi tristi occhi azzurri. Il viso dai lineamenti dolci, contornato da ricci capelli biondi che, se non fossero stati così corti, sarebbero stati degli splendidi boccoli. Il camice bianco nascondeva delle spalle non troppo larghe, ma abbastanza in forma da non essere esili. Un uomo interessante se non fosse stato per la rudezza della voce.
Lui le fece un cenno con gli occhi, senza dire una parola. Come se fosse in attesa. Lei abbassò lo sguardo, mise le mani dietro la testa e slacciò la bandana.
Poi alzò il volto. Lui la stava ancora fissando, non aveva cambiato per nulla espressione. Era diventata però rassicurante. Il dottore fece solo un piccolo cenno di assenso col capo che le diede il coraggio di mettere mano al cappello da baseball per toglierlo.
Mentre compiva quel gesto, lui le diede un’altra piccola parte di sé: «Grazie Giò, piacere. Io sono Dave, gli amici mi chiamano semplicemente così.»
Si era spogliata delle sue protezioni di fronte a un Davide. Un piccolo uomo che non aveva fatto altro che trattarla come una persona normale, seppur in maniera scontrosa. Un uomo che non l’aveva fulminata con uno sguardo compassionevole o inorridito. Già perché sono queste le reazioni che lei provocava sempre nella gente. Sempre: compassione e ribrezzo. Non aveva più ricevuto altro dopo quell’incidente che l’aveva isolata dal mondo.
Ma Dave, questo piccolo dottore di fronte a lei, stava solo guardando i suoi occhi verdi. Nient’altro.
Si sentiva nuda di fronte a lui, ma stranamente non ne era intimorita.
Sembrava di essere tornata normale.
Ora Giò aveva davvero paura.
5 – La tela
Le mani non riuscivano a rimanere ferme. Giò era arrabbiata, furiosa con se stessa: non riusciva a capire cosa fosse successo dal dottore, dall’oculista per la precisione.
Gli occhi stavano bene: lui aveva detto che aveva una piccola abrasione corneale e che forse ci sarebbe stato bisogno di un’altra visita. Ma lei non aveva più intenzione di farsi vedere da lui. Troppi cambiamenti, troppe emozioni da ponderare, valutare, esprimere, soppesare.
Al termine della visita, forse avrebbe voluto sentir dire altro da quell’uomo che l’aveva catturata con i suoi modi inizialmente rudi. Anche se aveva deciso che non l’avrebbe più rivisto.
Lei stava bene.
Sentiva il bisogno di lavorare, di concentrarsi su altro.
Era la cosa giusta da fare. Doveva convincersi che non l’avrebbe più rivisto.
Giò si sentiva al sicuro solo nel suo laboratorio, dove aveva tutti i suoi strumenti di lavoro.
La tela era pronta per essere tirata sul telaio. Doveva fare attenzione che la carta giapponese mantenesse saldo il colore sul quadro. Se avesse terminato l’intelaiatura, il restauro sarebbe potuto iniziare e lei si sarebbe potuta perdere in quel mondo da aggiustare, fatto di colori e crepe, buchi e ricostruzioni. Un mondo in cui il tempo si ferma per ridare antica bellezza a un’opera, qualunque essa sia, creata in passato con passione e impegno.
Era il suo lavoro. Il restauro di antiche tele. Belle o brutte che fossero. Importanti o meno.
In quello studio si dimenticava cappellini o bandane: era libera di essere chi voleva e avere un rapporto unico e diretto con quello che stava riportando ad antica bellezza. Ci voleva tempo, ma non le importava. Era brava, sapeva fare bene quel lavoro, un talento che aveva sempre avuto, ma che era rimasto sopito, inascoltato negli anni. Un talento esploso solo dopo l’incidente. Dopo che aveva perso tutto.
Le maschere, in quella stanza, non le servivano, rimanevano appese al muro, in mostra, pronte a ricordarle la realtà. La osservavano e non la giudicavano.
Sparò con la graffettatrice i punti che univano definitivamente la tela alle assi di legno che tiravano la tela. Era pronta.
Rigirò il quadro. Era un semplice paesaggio. Forse una riproduzione di un’opera dell’800, di poco valore. Importante solo per chi voleva tenerselo in casa come un oracolo. Nell’immagine un uomo di spalle in cima a una montagna osserva l’orizzonte sopra le nuvole. Un riproduzione malriuscita di un’opera ben più famosa.
La carta giapponese offuscava la visione, rendendo tutto più opaco, innaturale, suggestivo. Come un velo trasparente che toglie le rughe ma smorza i colori. Le contraddizioni che anche lei viveva ogni giorno.
Già, come le contraddizioni di quel dottore. Non riusciva a eliminarlo dai suoi pensieri. Quell’uomo che aveva iniziato a essere rassicurante solo quando era iniziata la visita. Si era avvicinato al suo volto come nessun altro aveva mai fatto prima. Era come se lui non avesse visto la sua pelle raggrinzita, le sue imperfezioni, quello che le mancava.
Aveva visto i suoi occhi ed era come se vedesse solo quelli, oppure se guardasse oltre, anche attraverso quelle macchine che servivano a vedere il fondo del bulbo oculare. Le raccontava ogni cosa che faceva: dai test per il daltonismo, all’esame per il campo visivo.
La lettura del tabellone con le lettere e i numeri fu l’ultima cosa. Era stato in quel momento che lui l’aveva sfiorata sul volto, quando le aveva messo quegli strani e grossi occhiali con le lenti intercambiabili.
Poco prima lui stesso si era toccato con un dito in mezzo agli occhi, sul naso, come a sistemare degli occhiali che invece non aveva. Un gesto che le era sembrato facesse trasparire un nervosismo trattenuto, ma che lui dominava benissimo.
Fu in quel momento che accadde. Un tocco che lei non aveva sentito.
Sapeva che lui aveva sentito la sua pelle ruvida. «Mi scusi,» le aveva detto, ma aveva proseguito nel suo lavoro, come se niente fosse. Come se quel “mi scusi” lo avesse detto per eccesso di pudore a qualsiasi donna si stesse sottoponendo a quell’esame.
Un’altra normalità che l’aveva destabilizzata. Nessun ribrezzo. Nessun rifiuto.
Non c’erano specchi nemmeno nello studio di Dave. Le era venuto il dubbio di aver sognato tutto, che l’incidente e tutto quello che era accaduto fosse stato solo un brutto sogno. Ma, anche se ci fossero stati specchi, forse non avrebbe avuto il coraggio di guardarsi.
Si era sentita normale: una madre, una donna, che stava facendo una semplice visita oculistica. Nessuno sguardo di disprezzo, di disgusto, aveva riempito quello studio.
Si era sentita accettata. Anche grazie a quel tocco che non aveva sentito, ma solo percepito. A quel semplice “mi scusi”.
Giò si toccò la guancia, dove l’aveva sfiorata Dave. Il tatto le funzionava ancora bene e aveva subito sentito la pelle raggrinzita e rugosa in disarmonia con la mano.
Non era stato un sogno.
Guardò la tela sotto di lei. Era il momento di togliere la carta giapponese dal quadro, di far tornare reale un disastro da sistemare. Era il momento di portare all’origine quel quadro sporco e malato.
Prima però si guardò intorno. Vi erano colori ovunque, un carrello con i diversi attrezzi necessari per cominciare.
In un angolo vi era un altro quadro. Grande come quello a cui stava lavorando. Con la tela rivolta verso il muro. Sapeva benissimo cosa fosse. Lo aveva dipinto lei. Un’idea di una psicologa del cazzo, incontrata solo un paio di volte durante la riabilitazione.
Quella tela avrebbe dovuto rappresentare lei, Michol, dopo l’incidente. Un autoritratto, le aveva suggerito la stronza, così avrebbe accettato meglio la sua condizione.
Quale condizione? Lo aveva detto lasciando trasparire quel disprezzo nella voce.
Non l’aveva più incontrata. Non ne aveva bisogno.
Ma aveva dipinto lo stesso quel quadro.
Era venuto benissimo, le era piaciuto riprodurre tutte quelle imperfezioni nel dettaglio, con una tecnica che risaltava ogni particolare, il rigatino: piccolissime righe, quasi microscopiche, ripetute più e più volte anche sullo stesso punto, che esaltavano i particolari e i colori del soggetto. E quindi, quale miglior soggetto che un volto imperfetto la cui inesistente pelle era ormai peggio di una roccia di montagne erosa dal vento per millenni?
Peccato che il risultato finale non fosse lei. Per questo lo aveva rivoltato. Non voleva vederlo.
Eppure, Dave, era come se avesse visto solo quello che lei vedeva adesso. Il retro di una tela. Vergine.
Il suono del suo smartphone la distolse da quei pensieri.
Sapeva chi era il mittente. Non aveva dimenticato che giorno fosse.
Non aveva registrato il numero, non voleva rimanesse alcuna traccia.
SCONOSCIUTO: Dove sei?
Non aveva voglia di rispondere. In breve arrivò un altro messaggio.
SCONOSCIUTO: Guarda che ci devi pagare lo stesso.
Non aveva voglia di un’altra scopata. Ed era la prima volta che accadeva. Si era rimessa al lavoro, e adesso aveva quella tela davanti da sistemare. Non le serviva altro.
Doveva dimenticare quel dottore, toglierselo dalla testa. Non voleva sentirsi ancora normale. Non se lo meritava. E non voleva sperare.
Era la prima volta che saltava quell’appuntamento. Si era spinta sempre più oltre in quegli incontri. Ma perché adesso non ne aveva voglia?
Non voleva pensarci.
Con la punta delle dita, iniziò delicatamente a togliere la carta giapponese dal quadro dell’uomo sulle montagne.
Il cellulare suonò ancora, ma lei ormai non lo ascoltava più. Esistevano solo lei e quel quadro.
E un pensiero che ogni tanto doveva cacciare. O meglio, un volto di un cherubino biondo e dagli occhi azzurri da dimenticare.
LO VOGLIO ! Quanto manca ?!?!?
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